martedì 14 ottobre 2008

Crisi dei mutui, asimmetrie informative, regole

di Cesare Licini


In questa caduta degli dei alla quale stiamo assistendo, presto vedremo anche mutamenti delle psicologie di massa, perché tramonta anche un altro mito del mercato, l’idea forte alla base della dottrina dell'economia detta neoclassica, quella secondo la quale l’individuo è per natura perfettamente razionale, ed è quindi il miglior consulente di sé stesso: purchè gli vengano messe a disposizione tutte le informazioni per istruire il suo interesse, è sempre razionale e freddo nelle sue scelte, non ha bisogno di nessuno per entrare ad armi pari nell'arena dei mercati, ed è infallibile nell’adottare decisioni corrette.

Quest’idea è tragicamente smentita, perché la “povertà della ragione” non permetterà mai agli individui in carne ed ossa, di disporre e gestire realmente per intero tutte le informazioni mobilitate dal mercato, e ancor meno di immaginare le sottili e complicate astuzie con cui ad esempio i c.d. prodotti finanziari vengono messi a punto dai maghi del marketing, o di stimarne in maniera affidabile gli effetti.

Gli apprendisti stregoni da una parte hanno giocato a poker coi soldi della gente normale, turlupinata da abbaglianti prodotti finanziari, e hanno dimostrato che l’errore è implicito, ma soprattutto, è prevedibile, e dagli specialisti può addirittura essere indotto.

Ma hanno anche essi stessi dimostrato i risultati già raggiunti in sede teorica dagli economisti non-classici, perdendo il controllo della situazione, con prodotti la cui sofisticazione elaborata dagli algoritmi dei computer, è diventata troppo complessa da maneggiare.

“La nostra mente è infatti incapace di analizzare tutte le informazioni utili per compiere correttamente le nostre scelte, e non dispone neppure delle risorse necessarie per svolgere i calcoli richiesti dalle leggi della probabilità” (cfr. M. Motterlini, Economia emotiva, Rizzoli, 2006, p. 57 e passim; M. Benilde, Scanner les cerveaux pour mieux vendre, Le Monde diplomatique, nov. 2007, p. 3).
Oggi vi è un generale revirement contro la riduzione che fanno gli economisti tradizionali, quando giudicano intuizioni, emozioni, attitudini personali e sociali, come “rumori di fondo” non analizzabili e capricciosi, mentre per i c.d. “economisti cognitivi” occorre riconiugare psicologia ed economia nella loro cruciale relazione di complementarietà, per costruire modelli della decisione in grado di mediare tra le astratte funzioni del comportamento razionale, e il reale comportamento umano.

In questo quadro, tornano in primo piano i liberi professionisti.
Essi sono infrastrutture portanti della “sfera pubblica borghese”, che riempiono con i propri saperi e con la presenza capillare sul territorio, gli spazi di protezione dei cittadini, altrimenti isolati alla mercè dello strapotere dei poteri “vestiti” (grandi imprese, sindacati, politica), tutti coalizzati dal comune interesse ad essere i vertici delle polarizzazioni, senza interferenze della società civile.

Grazie alla loro sapiente indipendenza, ai professionisti è ancora riconosciuta la rappresentanza fiduciaria degli interessi dei singoli nei confronti delle grandi strutture, facendone in un certo senso una delle più efficienti forme di sussidiarietà, perchè difendono in modo sufficientemente disinteressato da essere creduti, valori che si oppongono a quelli che rendono compulsivo il consumatore.

Rappresentare in modo professionistico interessi individuali ha un significato ben conosciuto agli uomini del marketing, perché consiste nella freddezza necessaria a smascherare i condizionamenti e i veli sotto i quali vengono nascosti i termini di una transazione, le alternative e gli illusionismi presentati dagli specialisti della comunicazione per orientare in modo inesorabile quanto occulto le scelte verso il prodotto o il prezzo selezionato dal produttore, facendo credere che le decisioni del compratore siano frutto della sua libertà.

Fino ad ora, la reagonomics ci ha messo nell’angolo; ma quella odierna è una crisi di sistema, che richiede una risposta di sistema, ma soprattutto, un cambiamento di sistema. Infatti, nonostante il prof. Giavazzi, che ancora insiste a dire che la distruzione creativa (…sola igiene del mondo?) è il prezzo da pagare per avere gli investimenti che hanno fatto nascere Google (è un paralogismo: chi glielo ha detto?), siamo in presenza della devianza di un sistema che è certamente di libertà, ma solo se resta gemello della morale, solo se opera con prudenza e rispetto altrui. Non quando si lasciano ai loro peggiori istinti mettendogli in mano armi di distruzione di massa cariche, predatori con un ego napoleonico, in delirio di onnipotenza.

Il problema non è mercato contro Stato, ma mercato dentro regole. E soprattutto, regole che permettano di tornare a non usare più la persona, come strumento con cui rischiare.
Robert Shiller, segnalato da Alberto Forte, indica fra le opzioni affinché non si ripetano i disastri dei mutui subprime, l’assistenza del notaio latino, esattamente in questo senso: lo specialista legale indipendente che dà consulenza e suggerimenti a chi non è in grado di dotarsi di costose strutture di consulenza, attraverso l’effetto rituale del leggere ad alta voce e interpretare il contratto.
Il che non è altro che la declinazione del principio “rule of law”, primato della legalità, in contrapposizione alle condizioni di supremazia degli interessi economici, considerato uno dei cardinali per la sicurezza, la democrazia, la promozione dei diritti umani ed in genere per lo sviluppo economico, in tutto il mondo.

La soluzione è molto semplice, e significa regole ragionevoli, in quadro di empatia fra professionista imparziale e cliente. Il Notariato è una regola, funziona, e infatti esiste da sempre, perché è un quadro riconosciuto di rappresentanza fiduciaria rispetto agli interessi dei “giocatori forti”, e nell’interesse generale. Esattamente quello che è mancato, ad un mercato che ha perso la prima regola cui deve attenersi chi vuole essere libero: il rispetto degli interessi e dei bisogni altrui.

domenica 12 ottobre 2008

Semplificazioni ed affidabilità dei pubblici registri: un caso esemplare in materia di cancellazione di ipoteche

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di Ignazio Padolecchia

In questo post parleremo di un argomento già affrontato in precedenza su questo blog: la cancellazione delle ipoteche con il procedimento introdotto dalla legge Bersani-bis. Per chi si fosse affacciato a questo blog per la prima volta, e per chi fosse a digiuno dell’argomento, sarà opportuna una breve introduzione.

La legge Bersani-bis (Legge n. 40 del 2 aprile 2007) ha introdotto, tra le altre disposizioni, un nuovo procedimento di cancellazione delle ipoteche iscritte a garanzia dei mutui bancari, caratterizzato dal fatto che, per ottenere la cancellazione, non è più necessario il rilascio di un atto ricevuto o autenticato da un notaio, ma è sufficiente una comunicazione della banca sottoscritta con firma digitale. Bene! hanno detto in molti, almeno per le cancellazioni non dovremo più pagare al notaio la solita salatissima parcella. Ma il nuovo procedimento di cancellazione, alla prova dei fatti, funziona effettivamente? Giudicate voi.

Anzitutto occorre rilevare che la cancellazione eseguita secondo il procedimento ordinario regolato dal codice civile e la cancellazione speciale disciplinata dalla legge Bersani-bis non sono affatto equivalenti. La cancellazione “ordinaria” prevede infatti un doppio controllo: da un lato quello del notaio, che verifica l’identità ed i poteri di firma del funzionario della banca, nonché la corrispondenza dei dati dell’ipoteca da cancellare e degli immobili da liberare con quelli indicati nella nota di iscrizione dell’ipoteca; dall’altro quello del Conservatore, che controlla che il titolo e la nota abbiano tutti i requisiti fissati dalla legge e che la nota sia conforme al titolo. All’esito positivo di questo doppio controllo (e non è raro che il Conservatore rimandi indietro la pratica al notaio), viene eseguita la cancellazione, la quale ha efficacia costitutiva; vale a dire, comporta la definitiva ed irrevocabile estinzione dell’ipoteca, e ciò anche se la cancellazione sia stata eseguita illegittimamente o per errore: è cioè una sorta di pietra tombale dell’ipoteca.

Tutt’altra musica per la cancellazione “Bersani”. Qui il controllo viene eseguito automaticamente dal sistema, ed ha sostanzialmente per oggetto l’apposizione della firma digitale alla comunicazione da parte di uno dei soggetti autorizzati e la conformità del file ai requisiti tecnici richiesti. Il Conservatore non entra nel merito del rapporto sottostante all’ipoteca e non assume alcuna responsabilità in ordine al contenuto della comunicazione. Di conseguenza, anche gli effetti della cancellazione “Bersani” sono diversi da quelli della cancellazione “ordinaria”: infatti, secondo l’interpretazione “ufficiale” dell’Agenzia del Territorio, la cancellazione “Bersani” non ha efficacia costitutiva (cioè “tombale”), ma mera efficacia di pubblicità-notizia (così la Circolare n. 5 del 1° giugno 2007); serve, cioè, solo a portare a conoscenza degli interessati che l’ipoteca si è estinta “automaticamente” con il decorso di trenta giorni dalla data di estinzione del mutuo (art. 13, comma 8-sexies l. 40/2007). Il problema sorge nei casi in cui la comunicazione di estinzione del mutuo sia stata fatta per errore, ad es., perché il debito è stato rimborsato solo parzialmente, oppure perché un’altra banca si è surrogata nell’ipoteca per effetto del meccanismo della c.d. portabilità del mutuo; in tali casi, accettando la tesi della efficacia di pubblicità-notizia della cancellazione “Bersani”, l’ipoteca non sarebbe effettivamente estinta, ma continuerebbe a gravare sull’immobile ipotecato, con tanti saluti all’affidabilità dei registri immobiliari.

L’argomento, finora, non ha ricevuto l’attenzione che meritava da parte degli addetti ai lavori: se ne è parlato abbastanza poco, anche da parte degli stessi notai, sicuramente non tanto quanto l’affidamento delle cessioni di quote ai commercialisti. Eppure, i problemi che le cancellazioni Bersani” pongono non sono da poco: se io voglio acquistare un appartamento, il primo controllo che devo fare riguarda proprio la libertà dell’immobile da ipoteche, e se trovo un’ipoteca cancellata, devo poter fare affidamento sul fatto che questa ipoteca sia effettivamente estinta. Ora, le difficoltà alle quali vanno incontro gli operatori del diritto alle prese con le cancellazioni “Bersani”, possono ben essere rappresentate dall’episodio che qui si vuole raccontare, che non è frutto della fantasia dell’autore, ma è un caso realmente accaduto ad uno dei redattori di questo blog, ed anzi è proprio quello che ha fornito lo spunto per questo articolo.

La società ALFA s.r.l. contrae un mutuo con una banca per la costruzione di un fabbricato, concedendo ipoteca sopra il terreno sul quale verrà realizzato l’edificio. La costruzione viene terminata e la banca consente al frazionamento del mutuo in cinque quote; conseguentemente, anche l’ipoteca originaria viene frazionata in cinque quote, ognuna delle quali corrisponde ad uno dei cinque appartamenti di cui si compone la palazzina. Con regolari atti notarili in data 5 ottobre 2007 ed in data 23 novembre 2007 viene cancellata l’ipoteca gravante sui primi due appartamenti. Questi due appartamenti vengono venduti, e successivamente vengono venduti anche il terzo ed il quarto appartamento, ma senza cancellare l’ipoteca su di essi gravante (presumibilmente perché gli acquirenti si sono accollati la relativa quota di mutuo). Oggi deve essere venduto il quinto appartamento, e l’acquirente, che ha già pagato la maggior parte del prezzo, incarica il suo notaio di fiducia di verificare se l’immobile da acquistare sia gravato da formalità pregiudizievoli. Dalle visure ipotecarie, con grande sorpresa del notaio, oltre le cancellazioni parziali relative ai primi due appartamenti salta fuori anche una cancellazione totale effettuata con la procedura “Bersani”; eppure, da informazioni raccolte presso la banca, risultava che l’ultima quota di mutuo, ancora in carico alla società ALFA s.r.l., non era stata affatto estinta. Come mai è potuto accadere ciò? E’ successo che la banca, avendo ricevuto il pagamento per estinzione di una delle altre quote di mutuo, ha effettuato la comunicazione alla Conservatoria con il codice “100” (cancellazione totale) anziché con il codice “101” (cancellazione parziale), ed il Conservatore, che come si è detto non effettua alcun controllo di merito circa il contenuto della comunicazione, ha eseguito la cancellazione senza battere ciglio.

Provate ora a mettervi nei panni del signore che deve acquistare il quinto appartamento. Da un lato, dovrebbe poter fare affidamento sulla cancellazione dell’ipoteca senza essere tenuto ad indagare sui rapporti tra la banca e la società di costruzioni, che tra l’altro, come si è detto, è già stata pagata quasi per intero, ed inoltre, secondo alcune indiscrezioni, naviga in cattive acque; per di più, se vi è stato un errore, questo è sicuramente imputabile alla banca, che pertanto ne dovrebbe sopportare le conseguenze, per un elementare principio di autoresponsabilità. Dall’altro, stante l’indirizzo dominante esposto in precedenza, secondo cui la cancellazione “Bersani” ha efficacia di mera pubblicità-notizia, il nostro acquirente non ha certo di che dormire sonni tranquilli, e del resto è difficile pensare che la banca molli così facilmente l’osso senza instaurare un contenzioso, stante anche il rischio di insolvenza da parte della ALFA s.r.l. Per completare il quadro, il complesso delle norme e dei provvedimenti amministrativi che regolano l’intricata materia (sono dieci fino ad oggi, tra decreti, circolari e risoluzioni ministeriali) non prevedono in alcun modo la possibilità di annullare le cancellazioni “Bersani” eseguite per errore (è possibile invece presentare una dichiarazione di permanenza dell’ipoteca, ma solo nei trenta giorni dalla data di estinzione del mutuo e non dopo che è stata eseguita la cancellazione); né è pensabile il Conservatore si assuma la responsabilità di un provvedimento d’ufficio; inoltre, anche nel caso in cui la quota di mutuo gravante sull’immobile a vendersi fosse estinta, non è affatto detto che il Conservatore esegua una cancellazione parziale, essendo stata già eseguita una cancellazione totale.

Che altro dire? Il nostro caso dovrebbe dimostrare, al di là di ogni constatazione di parte, come le semplificazioni, se attuate frettolosamente e senza criterio come quella in esame, finiscono in realtà per danneggiare il cittadino che se ne dovrebbe avvantaggiare, arrivando anzi a mettere a repentaglio la stessa affidabilità ed integrità dei registri pubblicitari (ogni parallelo con il caso delle cessioni di quote è assolutamente voluta). La vicenda è comunque paradigmatica della sostanziale inefficienza economica della semplificazione del procedimento “Bersani” (a quanto ammontano i costi transattivi di tutte le verifiche che le parti, tramite il notaio, devono effettuare?). E i dubbi giuridici circa l’efficacia della cancellazione Bersani non costituiscono di per sé un ulteriore costo?

martedì 7 ottobre 2008

Un Notariato per gli USA? Secondo Shiller, servirebbe

Robert J. Shiller non è un notaio, e neppure il marito di una graziosa notaia.

E' un severo docente di Finanza in una delle più prestigiose università americane (Arthur M. Okun Professor of Economics, Department of Economics and Cowles Foundation for Research in Economics, Yale University, e Professor of Finance and Fellow nell'International Center for Finance, Yale School of Management), scrive saggi internazionalmente riconosciuti sulla speculazione borsistica, dirige un centro studi dedicato al mercato immobiliare americano che elabora un indice utilizzato dalla Borsa di Chicago.
Chi fosse curioso di vedere che faccia ha, può trovare maggiori informazioni sulla sua pagina web.

Eppure il Professor Shiller dedica qualche attenzione ai notai nel suo ultimo libro, The Subprime Solution: How Today's Global Financial Crisis Happened, and What to Do about It, Princeton University Press, 2008.
Straordinariamente, non lo fa per decretarne l'assurdità logica, oppure per associarsi al coro di chi sancisce l'anacronistica inutilità degli scribi nostrani: eravamo abituati a sentirci dire che nel paradiso statunitense i notai per fortuna non esistono e che lì basta pagare cinque dollari al pizzicagnolo per l'autentica.
Tanto ... i contratti li fanno i legali di fiducia delle banche o delle imprese: si fa prima ed è più moderno!

Chi legge il libro di Shiller potrà invece verificare che esistono opinioni differenti e che provengono da fonte indipendente ed autorevole.

Nel capitolo sei, vengono esposte proposte di riforma del sistema di erogazione del credito ed in particolare della divulgazione delle necessarie informazioni; naturalmente, appare necessario predisporre adeguate "misure di sicurezza" per le persone che assumono mutui ipotecari senza avere sufficiente coscienza degli oneri connessi.

Shiller ricorda come sia pesante l'inerzia dell'utente nell'accettare supinamente contratti apparentemente standardizzati, senza approfondirne i contenuti: il tema della trasparenza, che tanto ancora deve essere studiato anche nel nostro Paese.

Shiller considera utile, a questo scopo, prevedere che il contratto di finanziamento sia stipulato con l'assistenza di un notaio di diritto civile (civil law notary); spiega ai suoi concittadini che i notai sono scelti dello Stato tra i professionisti legali con particolare preparazione ed esistono in molti Paesi, ma non negli Stati Uniti; chiarisce che il notaio deve leggere a voce alta il contratto e spiegarne i contenuti, fornendo i chiarimenti legali ad entrambe le parti, prima di procedere alla certificazione delle sottoscrizioni.

Secondo Shiller, questo approccio produce particolari vantaggi per coloro che non sono in grado di procurarsi una consulenza legale competente ed obiettiva.

La partecipazione di una figura professionale di questo tipo, qualificata ed indipendente, rende più sicuro l'intero sistema dei prestiti ipotecari e riduce il rischio che finanziatori senza scrupoli si avvalgano di legali proni a i loro interessi, per i quali sarebbe facile nascondere i rischi assunti da clienti ingenui.

Perciò il Professor Shiller, da Yale, ne suggerisce l'adozione negli Stati Uniti


Shiller sarà a Milano il 20 ottobre, per la presentazione dell'edizione italiana del suo libro.

mercoledì 1 ottobre 2008

Il ritorno delle regole

di Arturo Dalla Tana


Le regole, le regole. E i controlli. Con una clamorosa inversione a U i nostri politici, dell’una e dell’altra parte, hanno rivoltato il tema dei loro discorsi. Totalmente. Prima li sentivi parlare di deregulation (piaceva molto, deregulation), di liberalizzazioni, di semplificazioni, di autocertificazioni, del mondo anglosassone dove tutto è più semplice. Poi negli Stati Uniti le crepe del sistema si sono fatte troppo larghe e qui da noi si è tornati con i piedi più saldi a terra.
Non è passato un secolo, ma poco più di un anno, da quando un Ministro della Repubblica raccontava che la cura dell’economia passava dalla liberalizzazione delle schede telefoniche e dei panifici (che è come se la cura della polmonite si facesse con l’aspirina). O da quando sul principale quotidiano italiano si citavano come esempio di libertà economica i tassisti abusivi newyorchesi, sempre reperibili anche se per nulla sicuri. L’idea che il mercato, il mercato e non altro fosse la soluzione, che la concorrenza senza regole generasse benefici, che la competenza, la professionalità e appunto le regole fossero ferrivecchi di un mondo superato è saltata con il banco dell’economia statunitense. La vecchia Europa con le sue regole, scalfite ma fortunatamente non distrutte, ha tenuto. L’Italia è sopravvissuta alla bersanizzazione, alle piccole idee inutili e spesso dannose raccontate come la nuova frontiera del consumatore, mantiene salda, malgrado gli attacchi e qualche anche recente pasticcio, l’affidabilità dei suoi Pubblici Registri che forse, ora, la politica ha compreso costituire la tutela di ognuno.
In certi stati del Sudamerica, ove così non è, la casa, perché il diritto di proprietà sia mantenuto, deve essere presidiata a turno da un familiare, o da un amico. Da brivido? Altro modo non esiste per tutelare la proprietà, in mancanza di regole certe, di documenti affidabili, di Istituzioni e di Istituti in grado di difenderla.


sabato 27 settembre 2008

Semplificazione vs responsabilità

di Giandomenico Putortì


ll blog si è occupato più volte della vicenda della cessione di quote, analizzando le ricadute sul sistema della norma di recente emanazione.
Ora iniziano a diffondersi "istruzioni" da parte degli Uffici del Registro delle Imprese, e pare che alcuni di essi siano propensi a sposare l'interpretazione di parte notarile, rifiutando di iscrivere gli atti di cessione in assenza di firma digitale autenticata. Il Cndcec ha emanato una circolare, che abbiamo già iniziato a commentare su questo blog.
A fronte di ciò qual è stata la risposta della prassi?
Si ha la sensazione, frutto di riscontri quotidiani, che abbiano identiche probabilità di realizzarsi due situazioni: formazione di prassi operative uffici-commercialisti (quanto rispettose delle norme non è dato - per ora - sapere) ovvero sostanziale fallimento della novità per disinteresse da parte dei commercialisti.
Sembra infatti che i notai stiano continuando a ricevere il solito numero di cessioni; la sensibile differenza rispetto al passato essendo, da qualche tempo a questa parte, unicamente il regime fiscale dell'atto, ben più oneroso per le parti e socialmente penalizzante per il Notaio.
Forse anche quest'ultimo fattore può aver inciso sull'evidente inerzia mostrata dai commercialisti.
Ma occorre chiedersi se i motivi che possono giustificare tale disinteresse siano anche altri.
A prescindere dal recente mutamento delle modalità di tassazione di tali atti, il regime delle anticipazioni delle spese - che il Notaio impara a gestire con cautela sin dall'inizio della professione - avrebbe costituito una remora per un professionista abituato invece a riscuotere le parcelle in via trimestrale o semestrale, comunque periodiocamente.
Altro aspetto che potrebbe alimentare un'immaginaria "fuga dalle cessioni di quote" da parte degli intermediari-commercialisti, è quel - sia pur minimo - profilo di responsabilità comunque legato alla nuova competenza.
Forse adesso si inizia a comprendere il perchè dello stupore e delle reazioni stizzite del Presidente dei Commercialisti Dott. Siciliotti e dei vertici del Cndcec di fronte alle pacifiche - nel senso di incontestabili - affermazioni del Notariato, quando denunziava la minor sicurezza nei traffici, quando lamentava l'assenza di un "responsabile" pubblico al quale imputare la paternità dell'atto o quando infine descriveva i nuovi intermediari come semplici "postini".
La responsabilità alla quale i commercialisti guardano con timore, che forse non si aspettavano ed alla quale non sono abituati, è quella, derivante dal dover compiere un'adempimento pubblicitario a proprio nome, di essere individuati come soggetto "istituzionale" che invia la formalità per l'iscrizione in un registro pubblico.
Si deve considerare che già prima della nuova norma i commercialisti avevano la facoltà di inviare alcune pratiche telematiche societarie al Registro delle Imprese (bilanci, nomine, ecc.) a proprio nome, utilizzando cioè la propria smart card, assumendo la paternità formale dell'adempimento e fornendo la valuta all'ufficio dal proprio castelletto bancario.
Tuttavia, in precedenza, la facoltà di invio telematico del professionista era semplicemente alternativa a quella degli amministratori. Ciò che poteva inviare direttamente l'amministratore, poteva in alternativa inviarlo il commercialista.
Ebbene, pare che sia prassi diffusa, da parte dei commercialisti, non inviare tali pratiche con il proprio dispositivo di firma. Molto più comodo, ovviamente, farsi consegnare smart card e pin dall'amministratore, inviare la pratica a suo nome e addebitarne le spese sul conto corrente della società.
Per le cessioni di quote questo giochetto non è più consentito. Vedremo.

lunedì 22 settembre 2008

Cessioni di quote: l'apoteosi della semplificazione

a cura della Redazione

E’ stata oggi pubblicata la circolare 5/R del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Commercialisti ed Esperti Contabili sulle cessioni di quote.
La sua lettura è interessante , perché dimostra come per la prima volta, in Italia, con l’introduzione dell’art. 36, comma 1-bis, del d.l. 112/08, sia stata introdotta una vera semplificazione.
Il § 4, lett. c), intitolato “Procedura di registrazione”, è a tal fine illuminante (la procedura è, comunque, "provvisoria", per cui è possibile che in futuro vengano introdotti, tramite appositi atti normativi e non semplici "istruzioni" - strumenti informatici che consentano - in tutta sicurezza, c'è da credere - l'esecuzione telematica di tali adempimenti).
Per maggiore chiarezza si allega una tabella comparativa rispetto alla situazione esistente prima della nuova norma. Senza entrare, per ora, nel merito di alcuni delicati profili giuridici che pure ci sono.


NOTAIO
Le parti sottoscrivono l’atto predisposto dal notaio su un foglio di carta, pagano spese, diritti e onorari, e salutano. Tutto il resto degli adempimenti viene svolto in forma telematica e in pochi minuti.

COMMERCIALISTA
Il commercialista (o le stesse parti) redigono l’atto sul computer, quindi:
1) si firma il file digitalmente;
2) si salva questo file su un dischetto;
3) si stampano su carta due “copie” (autentiche?);
4) si predispone il modello 69;
5) si predispone il modello F23 e si va in banca;
6) si pagano le imposte e si riporta il tutto (F23, Mod. 69, floppy e copie su carta) all’Agenzia delle entrate;
7) l’Agenzia delle entrate registra l’atto e rilascia una delle copie con gli estremi di registrazione;
8) si ritorna dal commercialista il quale prende questa copia, la scansiona e la invia al Registro delle Imprese insieme al file firmato digitalmente.

Tale attività può essere svolta (come probabilmente avverrà nella prassi e non certo a titolo gratuito) anche dal commercialista su incarico delle parti, nel qual caso esse dovranno rilasciargli una procura, le cui firme saranno da lui autenticate, che rimarrà archiviata presso l’Agenzia delle entrate.

Come già accaduto per la c.d. semplificazione della cancellazione delle ipoteche a garanzia di mutui, anche questa volta si assiste ad una moltiplicazione delle procedure (tra l'altro all'Agenzia delle entrate bisogna recarsi due volte, la prima per registratre e la seconda per ritirare la copia registrata) e ... della carta.

Ma il Ministro Brunetta non aveva promesso che avrebbe eliminato del tutto la carta dalla pubblica amministrazione?


(fine prima puntata)

giovedì 4 settembre 2008

I notai e le riforme in arrivo

di Sabino Patruno
La scorsa settimana si è tenuto al Ministero della Giustizia un incontro tra il Ministro Alfano ed i rappresentanti delle professioni legali e contabili, vale a dire notai, avvocati e commercialisti.
L'incontro era stato sollecitato dallo stesso Ministro, per capire cosa i professionisti possono fare per aiutare la giustizia, da tempo malata, ma è stato, evidentemente, anche una prima occasione di confronto dopo un'estate passata a dir male l'uno dell'altro.
E' sicuramente un fatto positivo che ci si inizi a confrontare in campo neutro, cercando di ragionare sul futuro delle rispettive professioni, non limitandosi solo a richiedere nuove esclusive o a innalzare steccati.
D'altra parte, da anni e con sempre maggiore accelerazione, il mondo delle libere professioni sta subendo mutamenti tali che, di fatto, stanno stravolgendo tutti i punti di riferimento che in passato ne avevano caratterizzato il riconoscimento sociale ed economico.
Parliamo dei notai: la legge del 1913 ha il grande merito di aver forgiato e protetto una figura professionale di alto livello, ma è innegabile che quella legge poggia le propria fondamenta su di un terreno sociale, economico e giuridico che non esiste più.
Il notaio che quel legislatore aveva in mente doveva essere il "nume tutelare" dei pubblici registri, garantendo stabilità e certezza giuridica ad un mondo essenzialmente rurale e con scarsa mobilità sociale.
In quel mondo, il notaio poteva essere contemporaneamente il referente per le classi dominanti - facendo parte di una ristretta elite intellettuale assieme agli altri - pochi - professionisti liberali e, contemporaneamente, poteva essere il garante per la massa tendenzialmente analfabeta della popolazione, quando questa doveva stipulare, eccezionalmente, un contratto rilevante per la propria vita e che quindi si affidava totalmente al notaio, visto come rappresentante dello Stato e garante imparziale.
Se qualcuno ha avuto la curiosità di leggere dei vecchi repertori notarili, noterà che ancora sino agli anni '50 le società erano un evento eccezionale, i mutui molto rari e uno degli atti più frequenti era la costituzione di vincolo dotale. In quel mondo, anche l'acquisto di un'auto era un'attività negoziale da garantire, dato che impegnava un'aliquota sostanziale del reddito familiare.
E' evidente che oggi questo mondo non esiste più.
1) In primo luogo è cambiato il rapporto del notaio con gli altri professionisti. Se ancora 20 anni fa il notaio, il commercialista, l'avvocato, avevano ciascuno ben chiari i propri ruoli, le proprie competenze e, anche, il proprio prestigio professionale, frutto di un comune retroterra culturale e sociale, è ora innegabile che molti confini sono saltati.
Il vero fenomeno nuovo con il quale ci dobbiamo confrontare, è, oggi, il "professionista-massa". I numeri sono lì a dimostrarlo: 100.000 avvocati e 150.000 commercialisti/ragionieri. Inoltre, per molti di questi avvocati e commercialisti, il presente o, comunque il prossimo futuro, non è quello della tradizionale libera professione, ma quello di essere "professionisti-impiegati", dipendenti cioè - certo ben pagati (e neanche sempre) ma pur sempre dipendenti - di impersonali "law firms" o società di consulenza o revisione.
2) E' cambiato il rapporto del notaio con i clienti privati. Sempre più il cliente viene mediato da altri attori della partita contrattuale: agenzie immobiliari, mediatori finanziari, altri professionisti, ai quali il notaio pare solo l'ultimo anello di una catena, che al più si limita a certificare delle volontà. Sempre più i clienti sono poi consapevoli dei propri diritti.
Non solo, per fortuna, non vi sono più analfabeti, ma vi sono anche sempre meno "analfabeti giuridici".
Le persone, cioè, si informano, hanno a disposizione infiniti mezzi di conoscenza (internet in primis) e sono sempre meno disposte ad accettare supinamente ciò che il professionista dice.
3) E' cambiato il rapporto del notaio con le imprese. Ancora sino agli anni '70, in fondo, l'economia italiana è stata protetta e chiusa alla vera concorrenza.
La globalizzazione ha cambiato tutto. Ogni giorno le imprese devono confrontarsi con il mercato e se i conti dell'azienda vengono appesantiti da costi ritenuti inutili, vi è uno svantaggio competitivo con chi quei costi non li deve sopportare.
Piaccia o no ai notai, per molte imprese una parte della attività notarile è sentita come un costo non giustificato.
A questi cambiamenti, che sono epocali (e che non riguardano i soli notai, ma come - detto tutti - i professionisti) non si può certo opporre lo status quo e la difesa rigida dell'esistente, il mito del notaio puro garante della legalità e del sistema.
Il notaio è utile quando il comune sentire economico e sociale lo sente utile, quando le esigenze di protezione e di certificazione sono sentite prevalenti rispetto alle esigenze di rapidità e semplificazione dei traffici giuridici.
Il pendolo della storia sta andando verso rapidità e semplificazione, questo è un dato di fatto di cui prendere atto.
Perchè, se è vero che il notaio è garante della legalità, una difesa basata solo su questo non reggerebbe alla prova dei cambiamenti in atto, anzi, l'evidenza empirica ci dice che sono tre anni che questa difesa non regge: le vicende di autoveicoli, cancellazioni ipotecarie, ora cessioni di quote di srl, stanno lì a dimostrarlo.
Il Consiglio Nazionale del Notariato viene ora sollecitato dal ministro a ragionare, insieme alle altre professioni, sul proprio futuro.
Voglio essere ottimista e sperare che le fondate ragioni del notariato (ed il post di Onofrio Bottaro dice tutto e bene al riguardo) siano riconosciute e comprese in sede politica.
L'ottimismo della volontà, però, non deve cancellare il pessimismo della ragione: non dimentichiamoci che in politica contano i principi, ma anche e soprattutto i rapporti di forza, che alla lunga diventano prevalenti e, semplicemente, finiscono col modificare i principi.
Ora, la domanda che dobbiamo porci è cosa si possa fare, se cioè attendere rigidamente l'assalto, continuando a spiegare il valore della funzione notarile ad un auditorio sempre più sordo o dobbiamo invece occorre cominciare a pensare ad una exit strategy per limitare i danni.
Cominciare cioè a pensare a soluzioni alternative alle richieste degli altri professionisti, i quali, come noi, cercano occasioni di lavoro in un mercato che anche per loro va restringendosi.
Partiamo da una considerazione. La funzione notarile sta subendo due tipi differenti di attacco:
a) richieste di semplificazione;
b) richieste derivanti da concorrenza di categorie affini.
Nel primo caso c'è poco da fare, se il legislatore ritiene che la garanzia notarile non è più necessaria per determinati atti, non possiamo che prenderne atto e c'è poco spazio per combattere, purchè di vera semplificazione si tratti e non di spostamento di esclusiva.
Tutto sommato e con tutti i suoi (enormi) limiti, il provvedimento sulle cancellazioni di ipoteche rientra in questa categoria.
Nel secondo caso, la battaglia è possibile, anche se difficile.
Non sono dalla parte dei notai i numeri dei soggetti in campo e soprattutto non lo è lo spirito dei tempi che richiede (magari a parole, ma lo richiede) concorrenza e riduzione dei costi.
A favore dei notai giocano:
- l'oggettiva efficienza, dato che non si può negare che il notaio il proprio mestiere lo faccia bene e che i pubblici registri siano affidabili
- la comodità per lo Stato di poter fare affidamento su un numero selezionato e limitato di esattori a costo zero per le casse pubbliche.
Con ogni probabilità, però, avvocati e/o commercialisti chiederanno al ministro Alfano di estendere anche a loro il potere di autentica, sostenendo che ciò favorirà la concorrenza, l'abbassamento dei costi per le transazioni, l'occupazione, insomma il MERCATO.
E' con questo scenario che ci si deve confrontare ed è chiaro che la partita non può essere giocata sul piano della preparazione, limitandosi ad affermare che "i notai sono più bravi degli avvocati e dei commercialisti", dato che una simile strategia non porta da nessuna parte.
Insomma, alla mitica casalinga di Voghera le beghe tra avvocati, notai e commercialisti non interessano proprio ed in fondo chi compra una casa, costituisce una società, contrae un mutuo non è interessato alla distinzione tra pubblica funzione e libera professione: vuole solo un servizio efficiente ad un prezzo ragionevole.
Chiediamoci dunque in che modo questa esigenza può essere tutelata, senza stravolgere il sistema di garanzie che per quella medesima casalinga di Voghera diventano fondamentali se deve prendere un mutuo o essere sicura che la casa acquistata sia veramente sua e non di qualcun altro.