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mercoledì 1 ottobre 2008

Il ritorno delle regole

di Arturo Dalla Tana


Le regole, le regole. E i controlli. Con una clamorosa inversione a U i nostri politici, dell’una e dell’altra parte, hanno rivoltato il tema dei loro discorsi. Totalmente. Prima li sentivi parlare di deregulation (piaceva molto, deregulation), di liberalizzazioni, di semplificazioni, di autocertificazioni, del mondo anglosassone dove tutto è più semplice. Poi negli Stati Uniti le crepe del sistema si sono fatte troppo larghe e qui da noi si è tornati con i piedi più saldi a terra.
Non è passato un secolo, ma poco più di un anno, da quando un Ministro della Repubblica raccontava che la cura dell’economia passava dalla liberalizzazione delle schede telefoniche e dei panifici (che è come se la cura della polmonite si facesse con l’aspirina). O da quando sul principale quotidiano italiano si citavano come esempio di libertà economica i tassisti abusivi newyorchesi, sempre reperibili anche se per nulla sicuri. L’idea che il mercato, il mercato e non altro fosse la soluzione, che la concorrenza senza regole generasse benefici, che la competenza, la professionalità e appunto le regole fossero ferrivecchi di un mondo superato è saltata con il banco dell’economia statunitense. La vecchia Europa con le sue regole, scalfite ma fortunatamente non distrutte, ha tenuto. L’Italia è sopravvissuta alla bersanizzazione, alle piccole idee inutili e spesso dannose raccontate come la nuova frontiera del consumatore, mantiene salda, malgrado gli attacchi e qualche anche recente pasticcio, l’affidabilità dei suoi Pubblici Registri che forse, ora, la politica ha compreso costituire la tutela di ognuno.
In certi stati del Sudamerica, ove così non è, la casa, perché il diritto di proprietà sia mantenuto, deve essere presidiata a turno da un familiare, o da un amico. Da brivido? Altro modo non esiste per tutelare la proprietà, in mancanza di regole certe, di documenti affidabili, di Istituzioni e di Istituti in grado di difenderla.


lunedì 23 giugno 2008

L'efficienza del diritto aiuta l'economia?

Desidero riportare l'opinione di un docente califoniano, non sospettabile di simpatie notarili.
Robert Cooter ha tenuto una lezione all'Università Roma 3 (cfr. Il sistema giudiziario ? E' un fattore di crescita, di Giulio Napolitano e Andrea Zoppini, in Il Sole 24 ore, 20 giugno 2008, 19).
Robert Cooter è un nome della "Law and Economics", ed è titolare di cattedra a Berkeley, California.
La sua tesi è che lo sviluppo economico di un paese è legato al suo senso di legalità. La legalità si misura nelle regole scritte ma soprattutto nelle regole applicate sul campo. Per la sua "Teoria legale della crescita economica" ‹‹le norme non sono quelle scritte nei libri ... ma quelle dei comportamenti effettivi ... le leggi dell'India e della Nigeria sono simili a quelle dell'Inghilterra e quelle del Perù somigliano a quelle della Spagna.››
In teoria tutti possono fare tutto, ma questo è l'esatto opposto della specializzazione, che spiega perché chi si è rotto una gamba va dall'ortopedico e non dal cardiologo, anche se sono entrambi medici che in gran parte hanno seguito lo stesso percorso formativo.
Il notaio è un giurista specializzato in quei particolari contratti destinati ad archivi di pubblicità giuridica (compravendite immobiliari, ipoteche, aziende, società).
Il notaio è stato formato per essere "terzo" e come tale per garantire l'applicazione sul campo del principio generale di legalità (rule of law, si direbbe oggi); per questo il notaio è pubblico ufficiale "sopra le parti" e non consulente “di parte”, quali sono avvocati e commercialisti.
Il notaio appare antico – forse per colpa di sé stesso - eppure è modernissimo: pubblico ufficiale per garantire il principio di legalità, è contemporaneamente libero professionista per rispondere alle esigenze del cittadino e dell'economia con la flessibilità tipica del privato che rischia in proprio.
Il notaio deve far rispettare la legge, ma è poi in concorrenza con tutti i suoi colleghi: deve essere bravo e rigoroso ma anche rapido e disponibile per convincere il cliente a preferirlo. Se il cliente mi sceglie, io guadagno, altrimenti no.
Come ogni altro sistema, anche questo ha bisogno di suoi equilibri: il pubblico ufficiale è a servizio del mercato, al quale assicura il rispetto delle regole (senza il rispetto delle regole ... quale mercato vi sarebbe ?) ma non deve essere costretto a mercanteggiare, per questo è saggio dargli una complessiva sicurezza economica.
Noi notai non siamo perfetti, sbagliamo come tutti gli esseri umani anche se - è vero - i nostri errori sono rari. Grazie al lungo e severo tirocinio: quando superiamo il concorso il guadagno è ottimo ma arriviamo dopo lunghi anni di studio superando un concorso che è considerato il più difficile in Italia. Gli avvocati hanno tutti i titoli per presentarsi al nostro concorso, e molti di noi lo hanno superato venendo proprio dall'avvocatura.
Altri professionisti svolgono egregiamente il loro lavoro: avvocati, come detto, ma anche i commercialisti sono vicini a noi.
Pur essendo entrambi medici, all'ortopedico non viene in mente di fare il cardiologo e viceversa: cosa si direbbe se l'ospedale assegnasse il primariato di cardiologia ad un ortopedico ?
Perchè mai ogni tanto l'Italia si popola di bravi samaritani che - anche gratuitamente - si candidano a fare un mestiere diverso dal proprio? Sono benefattori della patria dei consumatori ai quali promettono tutto e gratis ?